Il domatore di nuvole
Un nefologo filippino, scacciato dall’associazione dei metereologi con l’accusa di cialtroneria, ha deciso di applicare le sue personali scoperte e tutta la sua attrezzatura alla produzione artistica.
Dopo aver piantato dei pali di ferro ai quattro vertici nell’orto dietro la sua casa, ha creato un campo magnetico di grandi dimensioni convinto di poter modificare le forme delle nuvole.
Ha radunato giornalisti, critici e persone interessate al mondo dell’arte e si è sistemato nel cesto di un piccolo pallone aerostatico, tenendo tra le mani due lunghe antenne metalliche collegate con dei cavi d’acciaio ai pali conficcati nel terreno.
La piccola mongolfiera si è librata in aria fino a circa cinquanta metri ed è stata ancorata a terra con una grossa fune.
Lassù il filippino ha iniziato a muovere le lunghe antenne in direzione delle nuvole sovrastanti.
Tutti gli invitati alla performance, radunati attorno al tavolo del rinfresco, inizialmente non prestano molta attenzione all’artista in piena opera a cinquanta metri sopra le loro teste.
Ma, dopo poco, svuotando i loro calici, tutti sono costretti ad alzare gli occhi al cielo e la suggestione, amplificata dall’alcol, illude le menti.
Più di un invitato nota che le nuvole modificano rapidamente la propria forma.
La piccola folla inizia a chiamare ad alta voce le figure che crede siano opera dell’ex-metereologo.
Chi vede un gatto gigante, chi il volto di un santo, qualcuno indica il cielo spiegando che le nuvole hanno preso le sembianze di un vulcano con un denso fumo nero che si sprigiona dal cratere.
In effetti un nerissimo nuvolone carico d’acqua si sta portando sulla verticale del raduno.
L’artista, dalla sua posizione altolocata, capisce che forse è meglio scendere, ma il suo agitarsi disperato verso chi deve riportarlo a terra, viene interpretato come un livello superiore di trance creativa raggiunta dal performer.
Anzi, alla vista dei suoi gesti disperati, tutti, contenti come fanciulli, si spellano le mani in un fragoroso applauso, coprendo le lontane urla di terrore che giungono di lassù.
Improvvisamente una contorta vena di luce bianchissima congiunge il cielo con la terra.
Ed un immane boato accompagna le scintille sprigionate dai pali conficcati nel terreno colpiti dalla potente saetta.
Molti svengono.
Quelli rimasti coscienti, resi sordi dal frastuono, fuggono terrorizzati.
Solo dopo molte ore, passata la tempesta, i pompieri sono riusciti a riportare a terra il filippino, bianco in volto ed in preda ad un fortissimo shock.
Nessuno sembrava contento di rivederlo sano e salvo.
Dopo aver piantato dei pali di ferro ai quattro vertici nell’orto dietro la sua casa, ha creato un campo magnetico di grandi dimensioni convinto di poter modificare le forme delle nuvole.
Ha radunato giornalisti, critici e persone interessate al mondo dell’arte e si è sistemato nel cesto di un piccolo pallone aerostatico, tenendo tra le mani due lunghe antenne metalliche collegate con dei cavi d’acciaio ai pali conficcati nel terreno.
La piccola mongolfiera si è librata in aria fino a circa cinquanta metri ed è stata ancorata a terra con una grossa fune.
Lassù il filippino ha iniziato a muovere le lunghe antenne in direzione delle nuvole sovrastanti.
Tutti gli invitati alla performance, radunati attorno al tavolo del rinfresco, inizialmente non prestano molta attenzione all’artista in piena opera a cinquanta metri sopra le loro teste.
Ma, dopo poco, svuotando i loro calici, tutti sono costretti ad alzare gli occhi al cielo e la suggestione, amplificata dall’alcol, illude le menti.
Più di un invitato nota che le nuvole modificano rapidamente la propria forma.
La piccola folla inizia a chiamare ad alta voce le figure che crede siano opera dell’ex-metereologo.
Chi vede un gatto gigante, chi il volto di un santo, qualcuno indica il cielo spiegando che le nuvole hanno preso le sembianze di un vulcano con un denso fumo nero che si sprigiona dal cratere.
In effetti un nerissimo nuvolone carico d’acqua si sta portando sulla verticale del raduno.
L’artista, dalla sua posizione altolocata, capisce che forse è meglio scendere, ma il suo agitarsi disperato verso chi deve riportarlo a terra, viene interpretato come un livello superiore di trance creativa raggiunta dal performer.
Anzi, alla vista dei suoi gesti disperati, tutti, contenti come fanciulli, si spellano le mani in un fragoroso applauso, coprendo le lontane urla di terrore che giungono di lassù.
Improvvisamente una contorta vena di luce bianchissima congiunge il cielo con la terra.
Ed un immane boato accompagna le scintille sprigionate dai pali conficcati nel terreno colpiti dalla potente saetta.
Molti svengono.
Quelli rimasti coscienti, resi sordi dal frastuono, fuggono terrorizzati.
Solo dopo molte ore, passata la tempesta, i pompieri sono riusciti a riportare a terra il filippino, bianco in volto ed in preda ad un fortissimo shock.
Nessuno sembrava contento di rivederlo sano e salvo.
È tutto un “magna-magna”.
Un ex chimico austro-ungherese, licenziato in tronco dalla ditta per cui lavorava, [una multinazionale impegnata nelle ricerche sul cibo sintetico, transgenico e a scadenza illimitata] ha deciso di esporre il prodotto delle sue fallimentari ricerche in una galleria d’arte contemporanea.
L’artista, utilizzando gomme commestibili, gelatine, paste de-coloranti e purè di paraffina, è riuscito a replicare l’esatta consistenza dei cibi eliminando il sapore e il colore.
Chiunque metta sotto i denti i suoi manufatti avvertirà la sensazione esatta della consistenza delle pietanze, ma gusto zero.
Mentre si mangia, ad esempio, una bistecca al sangue sintetizzata, si percepisce nel palato l’ ”idea” di bistecca al sangue.
Niente colore, niente odore, niente sapore, ma in bocca i denti avvertiranno all’istante la inequivocabile consistenza di una fantastica fiorentina grondante sangue bovino.
Gli invitati alla performance partecipano entusiasti e divertiti.
Tutti si dilettano ad assaggiare le insolite forme esposte tentando di indovinare le pietanze e gli ingredienti evocati nel cavo orale.
Ma l’inconveniente è dietro l’angolo.
L’ex scienziato infatti non è riuscito altrettanto brillantemente a sintetizzare la consistenza dei liquidi.
Tentando di servire agli ospiti l’ ”idea” di un Cuba Libre e di un ottimo Chianti del ’61, ha provocato un macello.
L’unica cosa in comune tra i differenti beveroni sintetici è risultata l’altissima gradazione alcolica.
Sorseggiando i due liquidi inodori, insapori e incolori tutti si sono messi a discutere animatamente a proposito di quello che stavano bevendo.
Un critico, evidentemente alterato, sosteneva di aver bevuto un distillato alle pere e urlava e inveiva contro tutti quelli che erano convinti di aver esagerato con i Margaritas.
In breve si creano gruppi di convinti sostenitori del Gin Tonic opposti ai Bloody Mary’s.
Strenui difensori del Limoncello arrivarono alle mani con chi era assolutamente convinto di aver bevuto vari Pernod.
Quando l’artista è entrato nella sala con un enorme cubo di gelatina trasparente per mostrare il materiale con cui aveva creato le sue opere, è stato scambiato per un cameriere che serviva il sintetico-dessert.
È finita a virtuali torte in faccia.
L’artista, utilizzando gomme commestibili, gelatine, paste de-coloranti e purè di paraffina, è riuscito a replicare l’esatta consistenza dei cibi eliminando il sapore e il colore.
Chiunque metta sotto i denti i suoi manufatti avvertirà la sensazione esatta della consistenza delle pietanze, ma gusto zero.
Mentre si mangia, ad esempio, una bistecca al sangue sintetizzata, si percepisce nel palato l’ ”idea” di bistecca al sangue.
Niente colore, niente odore, niente sapore, ma in bocca i denti avvertiranno all’istante la inequivocabile consistenza di una fantastica fiorentina grondante sangue bovino.
Gli invitati alla performance partecipano entusiasti e divertiti.
Tutti si dilettano ad assaggiare le insolite forme esposte tentando di indovinare le pietanze e gli ingredienti evocati nel cavo orale.
Ma l’inconveniente è dietro l’angolo.
L’ex scienziato infatti non è riuscito altrettanto brillantemente a sintetizzare la consistenza dei liquidi.
Tentando di servire agli ospiti l’ ”idea” di un Cuba Libre e di un ottimo Chianti del ’61, ha provocato un macello.
L’unica cosa in comune tra i differenti beveroni sintetici è risultata l’altissima gradazione alcolica.
Sorseggiando i due liquidi inodori, insapori e incolori tutti si sono messi a discutere animatamente a proposito di quello che stavano bevendo.
Un critico, evidentemente alterato, sosteneva di aver bevuto un distillato alle pere e urlava e inveiva contro tutti quelli che erano convinti di aver esagerato con i Margaritas.
In breve si creano gruppi di convinti sostenitori del Gin Tonic opposti ai Bloody Mary’s.
Strenui difensori del Limoncello arrivarono alle mani con chi era assolutamente convinto di aver bevuto vari Pernod.
Quando l’artista è entrato nella sala con un enorme cubo di gelatina trasparente per mostrare il materiale con cui aveva creato le sue opere, è stato scambiato per un cameriere che serviva il sintetico-dessert.
È finita a virtuali torte in faccia.
Bisogna saper leggere.
Se volete esibirvi o esporre le vostre opere, due cose dovete fare:
1) trovare il posto giusto
Il posto giusto è fon-da-men-ta-le.
Anche un’opera mediocre, esposta in un luogo che di per sé è già un’opera d’arte, otterrà dei benefici notevoli.
Ma, almeno per le prime sortite, anche una cantinaccia puzzolente, umida e illuminata a olio, può essere il posto vostro.
2) invitare le persone giuste alla vostra esposizione
Le “persone giuste” possono cambiare la vostra vita da così a così.
Riuscire ad invitare (e convincerli poi a venire) critici famosi, collezionisti facoltosi, firme della stampa e belle persone in grande numero, è già un successo.
Se volete ottenere questo risultato NON usate i Flyer.
I Flyer sono dei volantini stampati su cartoncino, misura 10,5 x 14,5 cm., che pubblicizzano gli eventi artistici del momento.
Nessun grafico del mondo è mai riuscito a fare un Flyer chiaro, essenziale, facile a leggersi.
Su un Flyer c’è scritto tutto: la Storia, la Critica, la Filosofia.
Le uniche cose che non si capiscono mai, sono: dove è la “cosa”, cosa è la “cosa” e quando e a che ora è stà “cosa”.
Leggere correttamente un Flyer non è cosa semplice.
Avendo intuito tutto ciò, un pubblicitario moldavo ha prodotto la sua provocazione artistica.
Ha diffuso, spedito e consegnato a tutti, ma proprio tutti, il suo Flyer-Kamikaze.
La faccia del cartoncino recitava in elegantissimi caratteri dorati su sfondo blu le seguenti inequivocabili parole:
SELF-SERVICE OPEN BAR
Con i caratteri d’oro in rilievo.
Con abilità geniale il moldavo ha creato dei caratteri sinuosi simili ad un ornato floreale e li ha aggiunti allo sfondo del Flyer.
Solo un attento osservatore poteva leggere chiaramente le seguenti parole intarsiate nel decoro bucolico:
------------------------------------------------------------------------
"Tutto quello che è scritto qui è completamente falso.
Chi ha stampato questo cartoncino lo ha fatto solo a scopo ludico.
Non ci si assume pertanto alcuna responsabilità di alcun genere."
------------------------------------------------------------------------
Poi, sul retro dell’invito, l’opera d’arte.
In quattordici lingue l’artista ha elencato le poche, chiarissime, regole della festa:
------------------------------------------------------------------------
"Venerdi serata alcolica a consumazione libera
ingresso gratuito a chi si presenterà all’entrata con un salume."
via Nomentana, 120 Roma
------------------------------------------------------------------------
In via Nomentana, 120 a Roma c’è la sede dell’ambasciata dell’ Afghanistan.
(segue)
1) trovare il posto giusto
Il posto giusto è fon-da-men-ta-le.
Anche un’opera mediocre, esposta in un luogo che di per sé è già un’opera d’arte, otterrà dei benefici notevoli.
Ma, almeno per le prime sortite, anche una cantinaccia puzzolente, umida e illuminata a olio, può essere il posto vostro.
2) invitare le persone giuste alla vostra esposizione
Le “persone giuste” possono cambiare la vostra vita da così a così.
Riuscire ad invitare (e convincerli poi a venire) critici famosi, collezionisti facoltosi, firme della stampa e belle persone in grande numero, è già un successo.
Se volete ottenere questo risultato NON usate i Flyer.
I Flyer sono dei volantini stampati su cartoncino, misura 10,5 x 14,5 cm., che pubblicizzano gli eventi artistici del momento.
Nessun grafico del mondo è mai riuscito a fare un Flyer chiaro, essenziale, facile a leggersi.
Su un Flyer c’è scritto tutto: la Storia, la Critica, la Filosofia.
Le uniche cose che non si capiscono mai, sono: dove è la “cosa”, cosa è la “cosa” e quando e a che ora è stà “cosa”.
Leggere correttamente un Flyer non è cosa semplice.
Avendo intuito tutto ciò, un pubblicitario moldavo ha prodotto la sua provocazione artistica.
Ha diffuso, spedito e consegnato a tutti, ma proprio tutti, il suo Flyer-Kamikaze.
La faccia del cartoncino recitava in elegantissimi caratteri dorati su sfondo blu le seguenti inequivocabili parole:
SELF-SERVICE OPEN BAR
Con i caratteri d’oro in rilievo.
Con abilità geniale il moldavo ha creato dei caratteri sinuosi simili ad un ornato floreale e li ha aggiunti allo sfondo del Flyer.
Solo un attento osservatore poteva leggere chiaramente le seguenti parole intarsiate nel decoro bucolico:
------------------------------------------------------------------------
"Tutto quello che è scritto qui è completamente falso.
Chi ha stampato questo cartoncino lo ha fatto solo a scopo ludico.
Non ci si assume pertanto alcuna responsabilità di alcun genere."
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Poi, sul retro dell’invito, l’opera d’arte.
In quattordici lingue l’artista ha elencato le poche, chiarissime, regole della festa:
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"Venerdi serata alcolica a consumazione libera
ingresso gratuito a chi si presenterà all’entrata con un salume."
via Nomentana, 120 Roma
------------------------------------------------------------------------
In via Nomentana, 120 a Roma c’è la sede dell’ambasciata dell’ Afghanistan.
(segue)
BOX
Oggi espone BOX.
BOX è il suo nome d’arte.
O, meglio, la sua “tag”.
La tag è una firma, un simbolo, il marchio del “writer”.
Il writer è colui che usa le bombolette spray o i markers a inchiostro per lasciare la propria tag e le proprie opere sui muri delle città.
Tutto ciò prende il nome di “street art” o “art graffiti”.
BOX usa delle maschere per fare gli “stencil”.
Lo stencil è appunto una maschera che permette di riprodurre le stesse forme, simboli o lettere in serie.
La maschera è realizzata tramite il taglio di alcune sezioni della superficie del materiale (ad esempio un foglio di cartoncino) per formare un negativo fisico dell'immagine che si vuole creare.
Spruzzando della vernice o del pigmento sulla maschera, la forma ritagliata verrà impressionata sulla superficie retrostante lo stencil, in quanto il colore passerà solo attraverso le sezioni asportate.
Lo stencil è uno dei principali strumenti della street art, in cui è fondamentale la velocità di esecuzione (essendo questa pratica illegale) e sopratutto la possibilità di riproduzione pressoché illimitata.
BOX lascia la sua tag e il suo simbolo là dove individua una scatola, sia essa una casa, una automobile, un ufficio o una città intera.
Secondo BOX viviamo tutti inscatolati, fisicamente e mentalmente.
Egli ce lo ricorda con la sua arte.
Nella galleria sono esposte decine e decine di fotografie che ritraggono i luoghi dove BOX ha lasciato la sua tag.
Ma la performance è un’altra.
Per denunciare con più forza l’omologazione dei nostri tempi, BOX si è auto-inscatolato e si è spedito tramite posta all’indirizzo della galleria.
Tutti gli invitati attendono con ansia l’arrivo del corriere espresso con lo scatolone contenente BOX, l’artista.
Ma il tempo passa, il rinfresco è stato spazzolato e il nervosismo degli organizzatori sale.
Dopo una telefonata a dir poco furiosa, il proprietario della galleria chiede il silenzio assoluto e comunica la terribile notizia a tutti.
Lo scatolone con il performer è andato perduto!
Non si sa ancora se il problema sia nato al deposito smistamento pacchi o se la colpa sia di un maldestro fattorino che lo ha consegnato ad un indirizzo sbagliato.
Fatto sta che, almeno per il momento, la performance è rinviata al mittente.
Si spera.
BOX è il suo nome d’arte.
O, meglio, la sua “tag”.
La tag è una firma, un simbolo, il marchio del “writer”.
Il writer è colui che usa le bombolette spray o i markers a inchiostro per lasciare la propria tag e le proprie opere sui muri delle città.
Tutto ciò prende il nome di “street art” o “art graffiti”.
BOX usa delle maschere per fare gli “stencil”.
Lo stencil è appunto una maschera che permette di riprodurre le stesse forme, simboli o lettere in serie.
La maschera è realizzata tramite il taglio di alcune sezioni della superficie del materiale (ad esempio un foglio di cartoncino) per formare un negativo fisico dell'immagine che si vuole creare.
Spruzzando della vernice o del pigmento sulla maschera, la forma ritagliata verrà impressionata sulla superficie retrostante lo stencil, in quanto il colore passerà solo attraverso le sezioni asportate.
Lo stencil è uno dei principali strumenti della street art, in cui è fondamentale la velocità di esecuzione (essendo questa pratica illegale) e sopratutto la possibilità di riproduzione pressoché illimitata.
BOX lascia la sua tag e il suo simbolo là dove individua una scatola, sia essa una casa, una automobile, un ufficio o una città intera.
Secondo BOX viviamo tutti inscatolati, fisicamente e mentalmente.
Egli ce lo ricorda con la sua arte.
Nella galleria sono esposte decine e decine di fotografie che ritraggono i luoghi dove BOX ha lasciato la sua tag.
Ma la performance è un’altra.
Per denunciare con più forza l’omologazione dei nostri tempi, BOX si è auto-inscatolato e si è spedito tramite posta all’indirizzo della galleria.
Tutti gli invitati attendono con ansia l’arrivo del corriere espresso con lo scatolone contenente BOX, l’artista.
Ma il tempo passa, il rinfresco è stato spazzolato e il nervosismo degli organizzatori sale.
Dopo una telefonata a dir poco furiosa, il proprietario della galleria chiede il silenzio assoluto e comunica la terribile notizia a tutti.
Lo scatolone con il performer è andato perduto!
Non si sa ancora se il problema sia nato al deposito smistamento pacchi o se la colpa sia di un maldestro fattorino che lo ha consegnato ad un indirizzo sbagliato.
Fatto sta che, almeno per il momento, la performance è rinviata al mittente.
Si spera.
Who's who
Un’artista russa, bionda, alta un metro e ottanta, ha assoldato un investigatore privato dicendo di sentirsi seguita giorno e notte da uno sconosciuto.
L’investigatore ha preso servizio, ha scattato fotografie, seguito la donna ovunque a tutte le ore del giorno e della notte, ma non ha visto nessuno che la seguiva.
A questo punto l’artista è andata in un’altra agenzia investigativa e ha assoldato un altro investigatore privato dicendo: “…Mi sento seguita giorno e notte!…”. Tenendolo all’oscuro della presenza dell’altro investigatore.
Lei, poi, non ha fatto altro che andare in giro per la città, bellissima e spensierata.
Dopo una settimana è andata nelle due agenzie investigative, ha pagato il conto e ricevuto i verbali scritti e le fotografie delle due distinte e separate indagini.
Tutta la documentazione, anche il più piccolo appunto, è stata incorniciata e appesa alle pareti della galleria d’arte.
Le fotografie esposte, un po’ “sgranate” (tipico effetto del teleobiettivo), ritraggono i due investigatori che, una volta l’uno, una volta l’altro seguono più o meno discretamente la ragazza russa.
Uno lo vediamo nascosto dietro un albero, l’altro accucciato goffamente dentro l’auto, poi con un giornale su una panchina (senza buchi per gli occhi!), uno dei due si è finto perfino portalettere!
Ognuno dei due faceva la foto all’altro credendo che fosse il sospettato.
La documentazione del malinteso provocato, fa sorridere tutti gli invitati che affollano la galleria, compreso me.
E quando tre poliziotti entrano chiedendo dove sia l’artista e ordinando di abbassare la musica, scoppia un fragoroso applauso e due ali di folla lasciano aperto un varco perché i funzionari possano riconoscere e raggiungere la creativa russa.
Ma non è una messa in scena.
L’artista in lacrime viene portata via mentre non ride più nessuno.
Sembra che il suo permesso di soggiorno sia scaduto da un pezzo...
Lascio la galleria mentre gli ospiti si interrogano l’un l’altro con sguardi increduli.
Peccato non aver avuto con me la macchina fotografica.
L’investigatore ha preso servizio, ha scattato fotografie, seguito la donna ovunque a tutte le ore del giorno e della notte, ma non ha visto nessuno che la seguiva.
A questo punto l’artista è andata in un’altra agenzia investigativa e ha assoldato un altro investigatore privato dicendo: “…Mi sento seguita giorno e notte!…”. Tenendolo all’oscuro della presenza dell’altro investigatore.
Lei, poi, non ha fatto altro che andare in giro per la città, bellissima e spensierata.
Dopo una settimana è andata nelle due agenzie investigative, ha pagato il conto e ricevuto i verbali scritti e le fotografie delle due distinte e separate indagini.
Tutta la documentazione, anche il più piccolo appunto, è stata incorniciata e appesa alle pareti della galleria d’arte.
Le fotografie esposte, un po’ “sgranate” (tipico effetto del teleobiettivo), ritraggono i due investigatori che, una volta l’uno, una volta l’altro seguono più o meno discretamente la ragazza russa.
Uno lo vediamo nascosto dietro un albero, l’altro accucciato goffamente dentro l’auto, poi con un giornale su una panchina (senza buchi per gli occhi!), uno dei due si è finto perfino portalettere!
Ognuno dei due faceva la foto all’altro credendo che fosse il sospettato.
La documentazione del malinteso provocato, fa sorridere tutti gli invitati che affollano la galleria, compreso me.
E quando tre poliziotti entrano chiedendo dove sia l’artista e ordinando di abbassare la musica, scoppia un fragoroso applauso e due ali di folla lasciano aperto un varco perché i funzionari possano riconoscere e raggiungere la creativa russa.
Ma non è una messa in scena.
L’artista in lacrime viene portata via mentre non ride più nessuno.
Sembra che il suo permesso di soggiorno sia scaduto da un pezzo...
Lascio la galleria mentre gli ospiti si interrogano l’un l’altro con sguardi increduli.
Peccato non aver avuto con me la macchina fotografica.
Questa non è una scarpa
Un artista australiano, padre aborigeno madre svedese, per protestare contro la condizione delle donna in una (non mi ricordo più quale) regione dell’Asia, ha modellato e creato delle trappole per i piedi.
Infatti in quel lontano luogo dell’oriente estremo, vige una terribile usanza.
Tutte le donne di lì sono obbligate, dalla loro “cultura”, ad indossare fin da bambine delle scarpe strette e rigide.
Molto più piccole dei loro piedi.
Con la crescita, così costretti, i piedi si deformano fino a deturparsi.
Questa assurda tortura, retaggio di usanze antichissime, serve a rendere difficile ogni spostamento e praticamente impossibile la fuga.
Giustamente indignato da tale barbarie, l’artista ha escogitato questa immensa provocazione:
ha raccolto trentacinque paia di scarpe da donna acquistandole ai mercatini dell’usato o addirittura trovate nella spazzatura.
Tutte con il tacco alto.
Tutte 35 di numero.
Poi le ha portate ai piedi per trentacinque giorni di fila, andando praticamente ovunque.
L’artista ha il 46 di piede.
Le scarpe, orrendamente sconquassate, sono state esposte al pubblico così come il piede d’artista le rifece.
Lui, l’artista, parla con gli ospiti e gli invitati della stampa seduto su una sedia a rotelle.
Dopo trentacinque giorni di scarpe strette, i suoi piedi, indignati e cianotici, si sono rifiutati di continuare ad andare avanti.
Tutto è documentato nel foglio distribuito all’ingresso.
Sono sbigottito.
Mi tranquillizza, però, il discorso di due donne che, dietro di me, stanno commentando la lieta notizia: l’artista ha già ripreso a deambulare e, parola del medico che lo ha in cura, fra pochi giorni ritroverà la forma perfetta.
Anche quella dei piedi.
M’infilo nel loro discorso chiedendo se sulla sedia a rotelle c’è rimasto per 35 minuti, vista la sua ossessione per il numero trentacinque (allegando una sardonica risatina).
Bene.
La più informata delle due era la madre dell’artista.
L’altra, la gallerista, mi sussurra a denti stretti “Idiota!”, bruciandomi con uno sguardo assassino.
Dov’è il bar.
Infatti in quel lontano luogo dell’oriente estremo, vige una terribile usanza.
Tutte le donne di lì sono obbligate, dalla loro “cultura”, ad indossare fin da bambine delle scarpe strette e rigide.
Molto più piccole dei loro piedi.
Con la crescita, così costretti, i piedi si deformano fino a deturparsi.
Questa assurda tortura, retaggio di usanze antichissime, serve a rendere difficile ogni spostamento e praticamente impossibile la fuga.
Giustamente indignato da tale barbarie, l’artista ha escogitato questa immensa provocazione:
ha raccolto trentacinque paia di scarpe da donna acquistandole ai mercatini dell’usato o addirittura trovate nella spazzatura.
Tutte con il tacco alto.
Tutte 35 di numero.
Poi le ha portate ai piedi per trentacinque giorni di fila, andando praticamente ovunque.
L’artista ha il 46 di piede.
Le scarpe, orrendamente sconquassate, sono state esposte al pubblico così come il piede d’artista le rifece.
Lui, l’artista, parla con gli ospiti e gli invitati della stampa seduto su una sedia a rotelle.
Dopo trentacinque giorni di scarpe strette, i suoi piedi, indignati e cianotici, si sono rifiutati di continuare ad andare avanti.
Tutto è documentato nel foglio distribuito all’ingresso.
Sono sbigottito.
Mi tranquillizza, però, il discorso di due donne che, dietro di me, stanno commentando la lieta notizia: l’artista ha già ripreso a deambulare e, parola del medico che lo ha in cura, fra pochi giorni ritroverà la forma perfetta.
Anche quella dei piedi.
M’infilo nel loro discorso chiedendo se sulla sedia a rotelle c’è rimasto per 35 minuti, vista la sua ossessione per il numero trentacinque (allegando una sardonica risatina).
Bene.
La più informata delle due era la madre dell’artista.
L’altra, la gallerista, mi sussurra a denti stretti “Idiota!”, bruciandomi con uno sguardo assassino.
Dov’è il bar.
Finissage
Mentre passeggio, un improvviso temporale mi obbliga a cercare un riparo di fortuna.
Ingobbito, con la giacca sulla testa entro veloce come un gatto in un portone, mi sfilo la giacca per sgrullarla e mi accorgo che sono finito in un “Finissage”.
Il Finissage è la stessa cosa di un Vernissage solo che si tiene l’ultimissimo giorno di una esposizione.
Succedono esattamente le stesse cose dell’anteprima.
Si beve, si chiacchiera, si guarda.
In più, però, si ha la bizzarra possibilità di ri-incontrare le persone già viste all’inaugurazione.
Trés bizarre!
In realtà una cosa interessante, diversa, unica, morbosa, c’è.
Quello che attira i frequentatori dei Finissage è la conta dei bollini rossi.
Il bollino rosso è un segnale chiarissimo, una medaglia, un motivo di vanto, e, per chi fosse intenzionato ad acquistare, un’occasione mancata.
I bollini rossi vengono appiccicati dal proprietario della galleria, sopra l’etichetta dei quadri esposti che indica il titolo e la tecnica usata.
Quando vedete un bollino rosso vicino ad un quadro che vi piace, rassegnatevi.
È stato venduto.
Più alto è il numero dei quadri con a fianco il bollino rosso, più la mostra è andata bene.
Ha venduto.
Lo sport più praticato ai Finissage (o Decrochage) è, mentre si chiacchiera, sommare mentalmente il numero dei bollini rossi al numero dei bicchieri bevuti.
Questo però nessuno lo ammetterà mai.
In ogni caso, quando vi accorgete di aver perso il conto mentale, sappiate che è arrivata l’ora di tornare a casa.
Avete bevuto.
(…Una volta in un bar ho sentito un signore che raccontava di essere stato ad una mostra e che c’era un ubriaco che litigava con la proprietaria della galleria perché voleva acquistare il bollino rosso, non il quadro. Quello poteva tenerselo!…)
Ingobbito, con la giacca sulla testa entro veloce come un gatto in un portone, mi sfilo la giacca per sgrullarla e mi accorgo che sono finito in un “Finissage”.
Il Finissage è la stessa cosa di un Vernissage solo che si tiene l’ultimissimo giorno di una esposizione.
Succedono esattamente le stesse cose dell’anteprima.
Si beve, si chiacchiera, si guarda.
In più, però, si ha la bizzarra possibilità di ri-incontrare le persone già viste all’inaugurazione.
Trés bizarre!
In realtà una cosa interessante, diversa, unica, morbosa, c’è.
Quello che attira i frequentatori dei Finissage è la conta dei bollini rossi.
Il bollino rosso è un segnale chiarissimo, una medaglia, un motivo di vanto, e, per chi fosse intenzionato ad acquistare, un’occasione mancata.
I bollini rossi vengono appiccicati dal proprietario della galleria, sopra l’etichetta dei quadri esposti che indica il titolo e la tecnica usata.
Quando vedete un bollino rosso vicino ad un quadro che vi piace, rassegnatevi.
È stato venduto.
Più alto è il numero dei quadri con a fianco il bollino rosso, più la mostra è andata bene.
Ha venduto.
Lo sport più praticato ai Finissage (o Decrochage) è, mentre si chiacchiera, sommare mentalmente il numero dei bollini rossi al numero dei bicchieri bevuti.
Questo però nessuno lo ammetterà mai.
In ogni caso, quando vi accorgete di aver perso il conto mentale, sappiate che è arrivata l’ora di tornare a casa.
Avete bevuto.
(…Una volta in un bar ho sentito un signore che raccontava di essere stato ad una mostra e che c’era un ubriaco che litigava con la proprietaria della galleria perché voleva acquistare il bollino rosso, non il quadro. Quello poteva tenerselo!…)
Aperte virgolette
Una volta sono stato invitato “…ad una Performance in una bellissima villa che ospita un Istituto Culturale. Una Associazione privata ma con partecipazioni ufficiali da parte del Patrocinio della Cultura americano del Nord-Carolina, però gestito da un privato che è anche il proprietario della villa che ospita l’evento…” .
Così me l’hanno spiegata.
La villa era un’opera d’arte.
Un palazzetto bianco e beige del ‘700, circondato da un giardino all’italiana verde pisello e verde smeraldo.
Entro nell’opera d’arte cercando l’opera d’arte.
Passo alcune stanze ricche di arredi, poi svolto e mi trovo in una stanza bianca, grande, piena di gente in piedi, la maggior parte mi guarda fisso.
Quasi tutti hanno un bicchiere in mano.
È sicuramente il posto che cercavo.
Due velocissime considerazioni mi trapassano la testa:
1) non ci sono quadri alle pareti
2) tutti quelli che mi guardano, adesso sgranano gli occhi
Perchè?
Nello stesso istante sferro involontariamente un calcio all’allestimento di arte contemporanea, facendo schizzare via un’enorme virgola nera in plexyglass che era posata sul pavimento.
Il fatto è questo:
la “performance” artistica consisteva in una telecamera che riprendeva dall’alto tutta la stanza.
Due grandi coppie di virgole nere, erano poste sul pavimento agli angoli, praticamente queste mettevano “tra virgolette” i frequentatori della mostra.
Cioè noi.
Nella sala adiacente un grande schermo/tv riproduceva al rallenty le immagini appena girate dalla telecamera mostrando le persone virgolettate.
Tutti i presenti nella sala con le virgolette giganti, non appena realizzano che il televisore dell’altra stanza avrebbe ri-trasmesso la scena della mia entrata, si precipitano, alcuni piegati in due dalle risate, davanti al monitor.
Alla moviola si vede perfettamente che io, le due sagome di plastica dura spesse circa due cm., non le avevo proprio viste.
Con il mio fiero passo avevo dato vita all’opera d’arte.
Quella, piatta, nera, scivolosissima scultura, partì come scagliata da un’abile discobolo.
E come un disco sparato rasoterra, la virgola puntava decisa verso le caviglie del pubblico.
Nel grande monitor, quella folla al rallentatore che tentava di schivare il proiettile dalla forma insolita, sembrava una misteriosa danza macabra.
È scoppiato il delirio.
Tra le risate ho sentito perfino qualcuno chiedere più di un “bis”.
L’artista in persona è venuta da me (non capita spesso), si è presentata e mi ha chiesto se ero stupido o che.
Poi si è allontanata sbofonchiando in americano.
Invece di fuggire a gambe levate, mi sono lasciato tenere sott’occhio dal servizio d’ordine per un’altra mezz’oretta buona.
Così me l’hanno spiegata.
La villa era un’opera d’arte.
Un palazzetto bianco e beige del ‘700, circondato da un giardino all’italiana verde pisello e verde smeraldo.
Entro nell’opera d’arte cercando l’opera d’arte.
Passo alcune stanze ricche di arredi, poi svolto e mi trovo in una stanza bianca, grande, piena di gente in piedi, la maggior parte mi guarda fisso.
Quasi tutti hanno un bicchiere in mano.
È sicuramente il posto che cercavo.
Due velocissime considerazioni mi trapassano la testa:
1) non ci sono quadri alle pareti
2) tutti quelli che mi guardano, adesso sgranano gli occhi
Perchè?
Nello stesso istante sferro involontariamente un calcio all’allestimento di arte contemporanea, facendo schizzare via un’enorme virgola nera in plexyglass che era posata sul pavimento.
Il fatto è questo:
la “performance” artistica consisteva in una telecamera che riprendeva dall’alto tutta la stanza.
Due grandi coppie di virgole nere, erano poste sul pavimento agli angoli, praticamente queste mettevano “tra virgolette” i frequentatori della mostra.
Cioè noi.
Nella sala adiacente un grande schermo/tv riproduceva al rallenty le immagini appena girate dalla telecamera mostrando le persone virgolettate.
Tutti i presenti nella sala con le virgolette giganti, non appena realizzano che il televisore dell’altra stanza avrebbe ri-trasmesso la scena della mia entrata, si precipitano, alcuni piegati in due dalle risate, davanti al monitor.
Alla moviola si vede perfettamente che io, le due sagome di plastica dura spesse circa due cm., non le avevo proprio viste.
Con il mio fiero passo avevo dato vita all’opera d’arte.
Quella, piatta, nera, scivolosissima scultura, partì come scagliata da un’abile discobolo.
E come un disco sparato rasoterra, la virgola puntava decisa verso le caviglie del pubblico.
Nel grande monitor, quella folla al rallentatore che tentava di schivare il proiettile dalla forma insolita, sembrava una misteriosa danza macabra.
È scoppiato il delirio.
Tra le risate ho sentito perfino qualcuno chiedere più di un “bis”.
L’artista in persona è venuta da me (non capita spesso), si è presentata e mi ha chiesto se ero stupido o che.
Poi si è allontanata sbofonchiando in americano.
Invece di fuggire a gambe levate, mi sono lasciato tenere sott’occhio dal servizio d’ordine per un’altra mezz’oretta buona.
Vernissage
L'altra sera sono stato ad un Vernissage.
Non sapendo quale tipo di persone frequentava quel posto, non avevo idea di come presentarmi.
In questi casi bisogna indossare la divisa-jolly. Tipicamente parigina.
Giacca che non c’entra niente con la camicia, che non ha niente a che fare con i pantaloni e i calzini bordeaux (rigorosamente in vista).
Il tutto su un paio di scarpe da basket del 1954.
Non avevo un paio di scarpe così e stavo per decidere di non andare più al Vernissage.
Ma dovendo trovare uno spazio giusto per esporre i miei disegni, sono costretto a cercare di conoscere qualche buon gallerista.
Devo avere la fortuna di incontrare qualcuno che parlandomi di qualcun altro mi potrebbe dire che i posti dove sono già stato non erano i posti giusti e che neanche quello in cui ci troviamo è quello giusto, e che lui è lì solo perché il vino è ottimo e servito sempre alla temperatura giusta.
Ci vado o non ci vado? Mi sono domandato.
Vado.
Mentre raggiungo la via che ospita l’evento, trovo altre gallerie più interessanti ma proseguo ripetendomi più volte il nome della strada appena lasciata, perché voglio ritornarci, magari più tardi.
Et voilà.
Una esposizione collettiva multimediale.
Ci sono delle foto giganti che fanno schifo vendute a prezzi schifosamente giganteschi.
In fondo la cosa mi fa anche piacere e ben sperare.
Poi in fondo alla sala vedo delle cose bellissime, svendute e mal esposte.
Dov’è il bar?
Il vino è caldo e liquoroso.
Infatti non è vino.
Ho bevuto un intero bicchiere di “Djembé-Djembé”, un liquoraccio del Mali, in onore del proprietario della galleria che è di Timbuctù.
Mi si avvicina un elegante ubriaco il quale mi spiega sbiascicando che in questa galleria ci viene solo per bere quella miscela rossa di cui non conosce il nome.
Infatti il beverone è l’unica bomba alcolica che lo ubriaca in un attimo e non lo trasforma in un violento pugile, come accade quando beve Gin liscio.
Me ne sono andato senza neanche dare un’occhiata alle altre gallerie che avevo incrociato, perché non mi ricordavo più la via.
Non sapendo quale tipo di persone frequentava quel posto, non avevo idea di come presentarmi.
In questi casi bisogna indossare la divisa-jolly. Tipicamente parigina.
Giacca che non c’entra niente con la camicia, che non ha niente a che fare con i pantaloni e i calzini bordeaux (rigorosamente in vista).
Il tutto su un paio di scarpe da basket del 1954.
Non avevo un paio di scarpe così e stavo per decidere di non andare più al Vernissage.
Ma dovendo trovare uno spazio giusto per esporre i miei disegni, sono costretto a cercare di conoscere qualche buon gallerista.
Devo avere la fortuna di incontrare qualcuno che parlandomi di qualcun altro mi potrebbe dire che i posti dove sono già stato non erano i posti giusti e che neanche quello in cui ci troviamo è quello giusto, e che lui è lì solo perché il vino è ottimo e servito sempre alla temperatura giusta.
Ci vado o non ci vado? Mi sono domandato.
Vado.
Mentre raggiungo la via che ospita l’evento, trovo altre gallerie più interessanti ma proseguo ripetendomi più volte il nome della strada appena lasciata, perché voglio ritornarci, magari più tardi.
Et voilà.
Una esposizione collettiva multimediale.
Ci sono delle foto giganti che fanno schifo vendute a prezzi schifosamente giganteschi.
In fondo la cosa mi fa anche piacere e ben sperare.
Poi in fondo alla sala vedo delle cose bellissime, svendute e mal esposte.
Dov’è il bar?
Il vino è caldo e liquoroso.
Infatti non è vino.
Ho bevuto un intero bicchiere di “Djembé-Djembé”, un liquoraccio del Mali, in onore del proprietario della galleria che è di Timbuctù.
Mi si avvicina un elegante ubriaco il quale mi spiega sbiascicando che in questa galleria ci viene solo per bere quella miscela rossa di cui non conosce il nome.
Infatti il beverone è l’unica bomba alcolica che lo ubriaca in un attimo e non lo trasforma in un violento pugile, come accade quando beve Gin liscio.
Me ne sono andato senza neanche dare un’occhiata alle altre gallerie che avevo incrociato, perché non mi ricordavo più la via.
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